Non isperate mai veder lo gentil commesso

Non crederai mai a quello che sto per raccontarti. Anzi, ripensandoci, lo crederai possibile e forse, leggendo, ti comparirà sul viso uno di quei mezzi sorrisi che lasciano l’amaro in bocca. Non mi perdo in lunghe premesse e vado subito al dunque.

Qualche giorno fa mia madre, una tipica donna di mezza età, mediterranea (cioè che supera di poco 1,50 cm) e con i chilogrammi mai smaltiti di due gravidanze, voleva acquistare un cappotto. E così ha deciso di provarne qualcuno, accompagnata da me, nei negozi del mio paese.

In una strada che ha origine dalla piazza più importante c’è una boutique di abbigliamento per signore, che oggi, in maniera fintamente cordiale, chiamano curvy.

Ora, hai presente quando, soffermandoti a guardare la vetrina, senti come una voce che ti invita ad entrare? Ebbene, dopo una leggera occhiata, mia madre ha colto questo invito.

Il negozio, molto piccolo, era grazioso e moderno. Il candore delle pareti contrapponeva perfettamente i vestiti, morbosamente ordinati per cromie. Più che un negozio di abbigliamento, mi sembrava un negozio di dolciumi.

Dietro un bancone, anch’esso bianco quasi fosse un prolungamento del muro, stava seduta una ragazza, poco più che ventenne, intenta a scrollare in maniera fissa e inespressiva le pagine di qualche social network.

Il suono della porta che venne aperta, il soffio di aria fredda che entrò o chissà cos’altro la svegliò dalla trance. Ella emise un masticato buongiorno e finse, palesemente, di essere indaffarata a sbrigare qualche urgenza di lavoro. Il tutto senza neanche scusarsi.

Io e mia madre tralasciammo il fatto e cominciammo a guardare i capi appesi. Facemmo il giro dell’intero negozio che, seppur piccolo di dimensioni, conteneva un numero cospicuo di indumenti. Parlavamo, volutamente con un tono di voce discutibilmente alto, sulla disponibilità di altri colori o di altre taglie, e poi di questo e di quello. Ma tutto taceva.

Ci rendemmo conto che il tentativo non sortì l’effetto desiderato. Decidemmo di essere più dirette. Chiamammo la commessa per avere un’informazione su un determinato cappotto e lei, comodamente seduta dietro l’inseparabile bancone, senza neanche guardarci, affermò ad alta voce che avevano a disposizione unicamente la merce presente.

Non trovando nulla ci incamminammo verso la porta e, prima di uscire, salutammo cordialmente la ragazza, augurandole buona giornata. In cambio ricevemmo un simpatico e rapido «Ciao», emesso velocemente prima che la chiusura della porta ci impedisse di sentirlo. Ecco, questo è quanto.

Sappiamo tutti, e lo sappiamo bene, che i commessi perfetti, o almeno in grado di essere discreti, non esistono. Non esistono quelli che ti salutano educatamente e che non ti seguono come se fossi un ladro. Non esistono quelli che se ti vedono in difficoltà si avvicinano, si propongono e non insistono. Non esistono quelli che, se vengono chiamati, sono disponibili.

Tutto questo è soltanto un’effimera illusione, un castello di meringhe costruito dai proprietari dei negozi, i quali, negli annunci di lavoro, richiedono categoricamente una sfilza di requisiti al candidato: dalla lingua inglese all’Odissea a memoria, dalla bella presenza ad un doppio salto carpiato, dalla capacità di saper lavorare in team al dono dell’ubiquità, terminando con la solita formula: «…astenersi chi non li possiede».

Di fronte tali assurdità, ovviamente non ti presenterai mai al colloquio, non manderai mai il curriculum. E al posto tuo lo farà qualcun altro che, diventando commesso, dovrà solo decidere a quale delle due “fazioni” appartenere: i nevrotici, che appena entri ti si fiondano addosso manco fossi l’unico pezzo rimasto del buffet; e gli indifferenti assoluti, quelli che o ci sono o non ci sono è lo stesso, e che ricordano il nome del negozio in cui lavorano perché scritto sulla maglia o sul cartellino.

È brutto da dire, ma tutti almeno una volta lo abbiamo pensato, anche quelli che in questo momento dicono no. Sia chiaro che non ho espresso nessun giudizio, e non ho intenzione di farlo. Ho riportato un episodio: sono una canaglia e lascio a voi l’infame ruolo di sputasentenze!

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