Uomini che sparano a salve

E’ da poco iniziato, per alcuni atteso con grande entusiasmo, il 2019. Ammetto che le feste hanno il loro fascino. Tutti escono. Chi per andare a fare visita a qualche parente, chi per una passeggiata nelle vie principali della città, chi vaga nella speranza di poter trovare gli ultimi regali che aveva dimenticato di acquistare.

L’atmosfera che si respira è frizzante, allegra e allo stesso tempo calma e accogliente. Queste le scene ricorrenti: le partite a carte con gli amici, con tanto di tovaglia verde (che fa professionale!) e mazzi di carte un po’ scoloriti e incisi visibilmente con dei tratti di penna. Cene e pranzi in famiglia, composti da almeno venti persone e da altrettante portate. Una quantità di cibo smisurata preparata al forno, cotta a fuoco lento nei pentoloni, grigliata, fritta, cruda ma lasciata marinare in qualche sughetto di olio e limone…

E mi fermo qui, perché la lista gastronomica altrimenti sarebbe troppo lunga. Tuttavia è chiaro questo: di cose belle, se ci si guarda intorno durante le feste, ce ne sono tante.

Purtroppo, o per fortuna (il destino compiace anche i nostri cari amici dalla mente funesta), c’è anche un lato negativo. Per alcuni può essere l’indigestione causata dal troppo cibo, per altri può essere la somma di denaro persa a poker, a baccarat o al più famoso dei “giochi d’azzardo”: sette e mezzo.

Per me invece riguarda un altro problema, un problema che non è facilmente risolvibile come gli esempi appena elencati. Quello di cui parlo sono i fuochi d’artificio, i botti, gli spari… insomma, avete capito.

Non mi riferisco ovviamente a quelli gestiti da persone competenti e addetti al settore, quelli a cui possiamo assistere alle feste di paese o in altre circostanze, quelli che durano anche 15 o 20 minuti, assordanti, ma che ti lasciano senza fiato per il loro splendore.

Mi riferisco a quelli comprati dalla gente comune i quali, nella notte di capodanno, decidono di improvvisarsi artificieri e si divertono ad accendere le micce di quelle scatolette incartate alla meglio e importate chissà da dove.

Il procedimento, solitamente, si svolge con le seguenti modalità: stappate le bottiglie, riempiti i calici e scambiati gli auguri, i cosiddetti uomini di casa subiscono un salto temporale all’inverso. Tornati adolescenti, infatti, ghigno e bava alla bocca divorano con veemenza le scale, raggiungendo la terrazza, luogo in cui preparano l’arsenale bramato sin dagli antipasti.

Tra i quartieri del paese diventa quasi una sfida: chi ce l’ha più colorato, chi ce l’ha più lungo, quello che riesce a sparare più colpi e chi più ne ha più ne metta (per i malpensanti ricordatevi che stiamo ancora parlando di fuochi d’artificio).

Tutto apparentemente sembra molto bello, almeno fino a quando non succede qualcosa di imprevisto. Piante che prendono fuoco, vetri rotti, cenere sparsa ovunque. E sia chiaro che ho immaginato solo alcuni degli effetti collaterali più innocui.

In conclusione mi chiedo: che senso ha alimentare, di anno in anno, l’imprevisto fino a farlo diventare un fatto funesto?

Quando ero bambina ricordo che, mentre i grandi si preoccupavano dei fuochi grandi, noi piccoli ci occupavamo dei fuochi piccoli. Portavamo tra le mani delle fiaccole. Quelle che, nel dialetto della mia zona, chiamiamo “assicutafimmini”, accese qualche secondo prima dello scoccare della mezzanotte, e che durano giusto il tempo di gridare: “Auguri!”.

È vero, non fanno rumore, non durano molto, non sono grandi né colorate, ma di certo sono uno sfondo suggestivo a quel clima familiare, di gioia e di festa che dovrebbe essere il vero protagonista. Per tale ragione, dunque, proporrei un ritorno di “assicutafimmini” per tutti, piccoli e grandi, riuscendo così ad evitare ogni sorta di disastro, non perdendo di vista il senso delle feste.

Purtroppo però mi rendo conto che ciò sarà impossibile. Forse gli uomini adulti di oggi non si sentono abbastanza virili con un giochetto così piccolo tra le mani. Hanno bisogno, come nel sesso, di illudersi di fare grandi botti. Oh, poveri uomini!

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